Avv. Anastasia Buglione

In base all’ art. 612 c.p. rubricato Minacciachiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito a querela della persona offesa , con la multa fino a 1.032 euro. Se la minaccia è grave o è fatta in un uno dei modi indicati nell’art. 339, la pena è della reclusione fino a un anno”.

Per cui, il reato di specie risulta integrato quando si prospetta ad altri un male ingiusto , ovvero un danno ingiusto (contra ius) che si identifica con la lesione o la messa in pericolo di un interesse giuridicamente rilevante per il soggetto passivo.

Non rientrano, quindi, nella categoria, semplici insulti o imprecazioni.

Ciò significa che non rilevano tanto le modalità utilizzate per porre in essere la minaccia, che quindi, può essere sia esplicita che implicita, a patto che si tratti di un atteggiamento intimidatorio riguardante la sfera morale della vittima che non risulta più in grado di autodeterminarsi.

Affinché la minaccia sia perseguibile, non è necessaria la presenza, al compimento del fatto, della persona offesa: è sufficiente che la stessa venga informata  anche indirettamente da altri soggetti purché risulti la chiara e precisa volontà del soggetto agente di intimorire la persona offesa.

Come specificato dalla norma, la minaccia è un reato procedibile d’ufficio nei casi di cui all’ art. 339 c.p cioè quando la minaccia è commessa con armi, da persona travisata, da più persone riunite , con scritti anonimi, mediante il lancio o l’utilizzo di corpi contundenti volti ad offendere.

Orbene, posto che è irrilevante la modalità con cui si esplica la minaccia, la giurisprudenza con una recentissima sentenza della Cassazione n.ro 1042/2022 si è chiesta se minacciare in dialetto, quindi senza che l’altra persona possa comprendere appieno il significato delle parole, integrasse il reato di minaccia.

La vicenda nello specifico ha riguardato due condotte minacciose, di cui una in lingua italiana e una in lingua sarda, commesse ai danni di un infermiere, da parte di un soggetto esercente la stessa attività professionale.

L’imputato ricorre in Cassazione, lamentando, in relazione alla minaccia in lingua sarda, la violazione dell’articolo che contempla il suddetto reato ritenendo che il Giudice avesse travisato le prove dell’illecito non interpretando correttamente la frase in lingua sarda e che quindi il reato non potesse essere dimostrato nella sua commissione.

La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile rispetto a tale motivo, sia perché non si può sindacare l’interpretazione data dal Giudice di merito ad una espressione in lingua sarda sia perché il termine utilizzato non era integrativo di un “male impreciso” ma a contrario comunque individuabile nella sua portata.

In definitiva per la Cassazione, non rileva che la minaccia venga proferita in lingua sarda o altro dialetto, purchè dal contesto emerga la volontà dell’imputato di minacciare la persona offesa.

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