1) NECESSARIA PRECISAZIONE E DOVEROSO AUSPICIO:
L’omicidio della ventiseienne Chiara Poggi, nel 2007, rientra senz’altro nel novero dei casi di cronaca nera che più hanno tenuto il Paese col fiato sospeso.
Rappresenta, però, altrettanto sicuramente, uno dei casi che è stato maggiormente al centro di una trama mediatica che, rinvigorita dalla scelta della Procura di Pavia di riaprire le indagini sul delitto, se, da un lato, ed a ragione, accese i riflettori su di una vicenda che merita di esser conosciuta dall’opinione pubblica, essendo la giustizia “amministrata in nome del popolo”, dall’altro pare aver contribuito, secondo l’opinione di autorevoli esponenti della cultura giuridica e giudiziaria, a costruire un colpevole in luoghi diversi dalle aule di giustizia, nelle televisioni, nelle radio e sui giornali.
La vicenda giudiziaria, conclusasi con la condanna definitiva di Alberto Stasi, allora fidanzato di Chiara Poggi, ad anni 16 di reclusione, torna in questi giorni sulle testate principali del nostro Paese per il clamore suscitato dalla riapertura delle indagini, ad opera della Procura di Pavia, a carico di un nuovo indagato, Andrea Sempio, diciannovenne all’epoca dei fatti e amico del fratello minore della Poggi.
Sul punto, un chiarimento appare necessario.
Mentre la narrazione dei mass media riscopre le incongruenze, le lacune e la tortuosità del processo che condusse alla condanna di Stasi, paventandone, oggi, l’innocenza perché rinvigorita da un indubbio colpo di scena che si chiama Andrea Sempio, e mentre anche per quest’ultimo vi è il serio rischio di un processo parallelo da svolgersi sulla carta stampata, sembra già montare l’affrettata ipotesi secondo cui, a distanza di dieci anni dalla fine del processo, saremmo di fronte al vero assassino di Chiara Poggi.
Mantenendo, però, fede ad un approccio teso ad evitare di essere coinvolti nello scontro tra innocentisti e colpevolisti, occorre partire da un elemento di chiarezza: la Procura della Repubblica pavese ha aperto un fascicolo investigativo che vede Sempio iscritto nel registro degli indagati per concorso in omicidio.
Questo vuol dire che, allo stato, non vi sono margini tali da mettere in discussione e ribaltare la condanna di Alberto Stasi, ma si sta indagando su di una possibile compartecipazione ad opera di Andrea Sempio.
Se la pista investigativa oggi intrapresa dagli inquirenti sarà in grado di condurre ad esiti capaci di sovvertire quel giudicato di condanna è ancora presto per dirsi. E, qualora ciò dovesse essere, Alberto Stasi potrà azionare i rimedi previsti dal nostro ordinamento: primo fra tutti, quello della revisione del giudicato di cui agli artt. 629 e ss. c.p.p..
Nelle more, il doveroso auspicio sarebbe che Andrea Sempio fosse salutato con le parole dell’art. 27, co. 2°, della Costituzione repubblicana: “non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
2) LA VICENDA GIUDIZIARIA (IN SINTESI):
Il 13 agosto del 2007, la ventiseienne Chiara Poggi veniva uccisa nella sua casa di Garlasco, in provincia di Pavia. Ad allertare il 118, poco prima delle ore 14.00, fu il fidanzato, Alberto Stasi, mentre si recava presso la caserma dei Carabinieri, ai quali riferì di essere andato a casa della Poggi perché preoccupato dalle molteplici chiamate senza risposta che aveva effettuato quella mattina e di averla, tuttavia, trovata morta.
L’autopsia sul corpo della ragazza veniva effettuata il 16 di agosto, stabilendone la morte per uccisione tra le ore 10.30 e le ore 13.00 del 13 agosto, presumibilmente tra le 11.00 e le 11.30. La salma, tuttavia, non venne pesata perché presso l’obitorio di Pavia mancava l’apposita bilancia e il rapporto tra peso e calore corporeo avrebbe, invece, assicurato indicazioni più attendibili sull’ora del decesso.
Altre furono, in quelle primissime fasi, le leggerezze commesse dagli investigatori:
1) le scarpe che indossava Stasi nel momento in cui sarebbe entrato in casa della Poggi furono sequestrate solo il giorno dopo, pulite e con una suola diversa da quella delle impronte rinvenute nell’abitazione di Garlasco;
2) non furono prese le impronte della vittima, il cui corpo dovette essere riesumato;
3) nei giorni successivi all’omicidio, una vicina raccontò di aver visto una bicicletta nera appoggiata al cancello dell’abitazione di Chiara la mattina del delitto, ma non fu sottoposta a sequestro. La bicicletta sarà sequestrata solo nel 2014, a sette anni dall’omicidio.
Alberto Stasi veniva arrestato il 24 settembre, salvo, poi, essere rilasciato qualche giorno dopo.
Il primo processo, con rito abbreviato, iniziò nel 2009, davanti al Gup Stefano Vitelli, il quale ordinò una integrazione istruttoria avente ad oggetto nuove perizie che fossero in grado di chiarire se fosse possibile che una persona cammini sulla scena di un delitto, con il pavimento insanguinato, senza che la suola delle sue scarpe, sequestrate 48 ore dopo, ne conservi qualche traccia.
Il Pubblico Ministero sostenne che ciò non fosse possibile e che Stasi si fosse liberato delle scarpe macchiate del sangue della Poggi consegnandone delle altre agli investigatori, mentre la perizia disposta dal giudice concluse nel senso che della possibilità, nelle 48 ore successive al delitto, la suola delle scarpe si fosse completamente ripulita per sfregamento contro il suolo.
Alberto Stasi venne assolto e il processo d’appello ne confermò il proscioglimento “per non aver commesso il fatto”.
Il 18 aprile del 2013 la Corte di Cassazione annullava la sentenza di appello con rinvio e fu al processo d’appello bis che emersero nuove acquisizioni in ordine alla bicicletta nera degli Stasi. Si scoprì che i pedali non erano originali e, dunque, l’ipotesi fu quella secondo cui Stasi, dopo aver saputo di alcuni testimoni che avrebbero notato una bicicletta nera fuori la villa di Chiara, nella settimana seguente il delitto avrebbe sostituito i pedali della bici nera, impregnati di tracce biologiche della vittima, con quelli della sua bicicletta bordeaux, al fine di confondere gli investigatori. Tale ricostruzione, tuttavia, fu lasciata cadere.
Nel secondo giudizio d’appello, poi, vi fu una nuova perizia che cambiò radicalmente il quadro indiziario: si concluse che vi sarebbe stata una sola possibilità su un milione che, calpestando il pavimento imbrattato di sangue di casa Poggi, le suole delle scarpe potessero rimanere pulite, con la conseguente messa in discussione della ricostruzione offerta da Stasi fino a quel momento.
Dalle fotografie scattate sulla scena del delitto, poi, fu portata per la prima volta l’attenzione sull’impronta sanguinosa di una mano sul pigiama di Chiara; impronta che, al momento dei primi rilievi, fu compromessa dall’incauta manipolazione del corpo, che fu rigirato sul pavimento macchiato di sangue, andando sostanzialmente perduta, senza possibilità di confrontarla con il palmo dell’imputato.
Ciononostante, tale indizio, unito all’impronta di Stasi rinvenuta sul dispenser del sapone nel bagno dell’abitazione di Garlasco, convinse la Corte di Assise d’Appello di Milano che l’imputato avesse toccato la ragazza dopo averla uccisa, per poi lavarsi le mani: Alberto Stasi veniva condannato per l’omicidio volontario di Chiara Poggi con sentenza divenuta, poi, definitiva nel 2015 dopo il rigetto di un ulteriore ricorso in Cassazione, con la Suprema Corte che confermò la condanna ad anni 16 di reclusione, pur senza individuare un movente per l’assassinio e limitandosi a parlare di un “attacco di rabbia” dell’imputato.
L’anno successivo, nel dicembre del 2016, la difesa di Alberto Stasi depositò una nuova relazione peritale secondo cui il DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, e che nel corso del primo segmento investigativo non aveva condotto alla identificazione di un profilo compatibile, appartenesse ad un conoscente della vittima.
La Procura di Pavia, dunque, avviò una nuova indagine che conduceva ad un amico di Marco Poggi, fratello di Chiara: Andrea Sempio.
Indagine, quest’ultima, che veniva archiviata nel marzo del 2017.
3) UN NUOVO INDAGATO DIECI ANNI DOPO: ANDREA SEMPIO
A partire dallo scorso marzo, Andrea Sempio è stato nuovamente iscritto nel registro degli indagati per l’ipotesi di omicidio in concorso con ignoti (o con Alberto Stasi) ai danni di Chiara Poggi.
Nel 2007 Sempio, amico del fratello minore di Chiara, aveva 19 anni e, per questa ragione, era un frequentatore abituale della casa in cui la ventiseienne fu trovata senza vita.
Nel 2016, la difesa di Stasi commissionò un esame del DNA su campioni biologici trovati sulle unghie della ragazza, individuandovi un riscontro con il DNA di Sempio, concludendo per la sua presenza accanto alla donna prima della sua morte. Su queste basi, la difesa di Stasi chiese, vanamente, la revisione del giudicato di condanna.
La Procura pavese aprì un’indagine a carico di Sempio che fu, però, presto archiviata: Sempio porta il numero 44 di scarpe, laddove le impronte trovate sulla scena del delitto indicano il numero 42, lo stesso di Alberto Stasi. Il Giudice per le indagini preliminari che dispose l’archiviazione del procedimento ebbe a parlare di maldestro tentativo della difesa di Stasi di coinvolgere un’altra persona per scagionare il proprio assistito.
Sempio, dal canto suo, finito al centro della cronaca giornalistica, sporse querela per calunnia contro i legali di Stasi, rilevando come il suo DNA fu prelevato e analizzato a sua insaputa. Ad ogni modo, quel reperto di DNA non servì a molto: gli inquirenti ritennero i riscontri degli esami inutilizzabili ai fini legali, dal momento che quella quantità all’epoca risultava insufficiente ai fini di una attendibile comparazione.
Le unghie di Chiara Poggi, però, rappresentano oggi uno degli elementi al centro della nuova pista investigativa inaugurata lo scorso marzo.
I campioni biologici raccolti sono stati nuovamente analizzati da genetisti dell’Università di Pavia e, secondo informazioni divulgate dalla stampa, alla luce delle moderne tecniche di analisi il campione sarebbe adesso utilizzabile ai fini giuridici e vi sarebbe compatibilità con il profilo genetico di Andrea Sempio.
Altro elemento di cui si è scritto in queste settimane attiene ad un’impronta palmare destra, pure individuata dal RIS di Parma nel 2007, ma dalla quale all’epoca le indagini non ricavarono alcunchè. Si trovava sul muro accanto alle scale che portavano alla cantina dell’abitazione dove fu rinvenuto il corpo della Poggi e fu giudicata inutilizzabile perché non abbastanza dettagliata da consentire confronti attendibili.
Tale impronta, all’epoca denominata “traccia di interesse dattiloscopico classificata 33”, non esiste più, residuandovi una piccola porzione che, comunque venne raschiata via, salvo che per delle fotografie che la ritraggono: tali rilievi fotografici sono stati confrontati con due campionature dell’impronta palmare di Sempio, attraverso scanner ottico ed inchiostro, e sono stati individuati 15 punti sovrapponibili con l’impronta n. 33.
Vi sarebbero, poi, secondo la stampa, altri tre elementi attualmente al vaglio degli investigatori: un’impronta digitale macchiata di sangue che venne trovata sulla porta d’ingresso di casa Poggi, asportata e conservata, la quale, però, sembrerebbe insufficiente per un confronto attendibile, eventuali tracce di DNA sulle fascette paradesive mai analizzate nella prima indagine e dei rifiuti trovati nella cucina, ove vi sarebbero i possibili resti di una colazione.
Ciò detto, gli sviluppi di questa nuova pista investigativa dovranno attendere l’incidente probatorio del 17 giugno prossimo.
4) CONSIDERAZIONI A MARGINE:
La vicenda brevemente descritta, in uno al prevedibile clamore che l’ha accompagnata all’epoca e che oggi, alla luce della nuova iniziativa investigativa della Procura di Pavia, riapre profonde ferite che sembravano essersi cicatrizzate, ripropone con dirompenza una questione cruciale, che ha a che fare con la tenuta dei principi fondamentali dello Stato di diritto.
Astenendoci dal commentare nel merito giudizi di colpevolezza coperti da un giudicato di condanna, da un lato, e dal valutare la solidità indiziaria posta a base della nuova iniziativa intrapresa dalla Procura pavese dall’altro, non è possibile non notare come la narrazione mediatica della vicenda, assunti i connotati di un vero e proprio giallo, dopo aver giudicato colpevole Alberto Stasi ben prima della condanna rimediata nel processo d’appello bis, pare impegnarsi strenuamente per consegnare all’opinione pubblica “il vero colpevole del delitto di Garlasco” che, a distanza di dieci anni, ribalta i contorni di una vicenda che sembrava chiusa, proprio come un mirabolante colpo di scena nell’ultimo atto di una grande tragedia.
Inutile sottolineare come l’azione mediatica in discorso sia di pregiudizio per la presunzione di non colpevolezza di cui dovrebbe godere Andrea Sempio.
Allo stesso modo, dovremmo cominciare a chiederci se sia tollerabile, in uno Stato di diritto, che la stampa riesca a mettere in atto un vero e proprio “racconto minuto per minuto” delle risultanze investigative degli inquirenti, se sia tollerabile una tale emorragia di notizie coperte da segreto investigativo dagli uffici di Procura e quali gli obiettivi che la sostengono, ma soprattutto, considerato che il nostro ordinamento processuale si fonda sulla formazione della prova in dibattimento, attraverso il contraddittorio delle parti, con la conseguente impossibilità, salvo eccezioni, per il giudice di conoscere il fascicolo investigativo, nemmeno attraverso le televisioni ed i giornali, al fine di preservarne l’imparzialità nella forma della neutralità psichica rispetto a valutazioni effettuate nel corso di attività unilaterali degli inquirenti, se di fronte a tutto questo, chi dovrà ritrovarsi, eventualmente, a giudicare Andrea Sempio, potrà farlo senza destare alcun “ragionevole dubbio”.
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